Cinque poesie

Creativity

Mark Bibbins

Photo Credit: Rocco Rorandelli

 

I curatori

Abbiamo cominciato esperimenti da fare
sul contesto. Il modo in cui gli eventi venivano
percepiti nel contesto.
E poi la sintassi. Intrusi benigni.
In enunciati formati con ordine abbiamo
introdotto il disordine. Sembrava perfino
una rottura. Un gesto formale violento
nonostante il contenuto benigno.
Qualcosa in questo riguardava la bellezza.
Qualcosa in questo riguardava chi la bellezza
la sapeva distorcere ma nessuno
sapeva ricreare le frasi.
Ogni artificio senza colore si poteva
considerare giallo rosa o verde
ma le schede su cui erano impressi
sono perdute. O frammenti.
Che una bellezza sia oppure no
benigna. Il punto in cui il gioco diventa
rituale lo si è reso
un gioco più utile ma per chi.
Il frammento lo si reputerebbe
una specie di violenza ma non
per via della sua importanza
nella coreografia dei curatori.
Questo sarebbe un posto decente
per l’esame di una delle schede ma no.
Come ho detto perdute ma metti
che ci svegliassimo non sempre
col fastidio di avere intravisto
dei mondi per descrivere i quali
non abbiamo strumenti.
Chi disdegna l’evidenza
e quanto è bella. Metti che uno
di noi lo si chiamasse Amico
e l’altro Amico dell’Amico.
Metti che riuscissimo a spiegare
il cubo di marmo nel centro
della città e la sua funzione come fosse una specie
di palcoscenico. Di ceppo letterale che i curatori
usavano per gli enunciati degli altri.
Chi è l’architetto del leggere
le schede senza regole d’ordine. Monocromia
e nemmeno un indizio. L’idea radicale
di lui e quella di lei. Una volta siamo andati cercando
il radicale per trovare poi soltanto
radici. Ogni periodo lo si è raffigurato
come un piccolo cuore e la dimensione
relativa di ogni cuore ci ha permesso
di misurare il livello del nostro
attaccamento a ogni frase.
Perfino al font. Alla radice. Eppure
nessun contenuto e questo ha portato
alcuni di noi alla disperazione. Altri
al ritmo. A raggruppare di nuovo
a ridare dei nomi alle schede. Sì sì
sì invece che un cuore per ogni periodo.

Nell’angolo di una stanza dove mai guarderesti

Warhol aveva ragione, a dire che gli atleti sono grassi
nei punti giusti
e sono giovani
nei punti giusti. A quanto sembra
nel prossimo film di Godzilla c’è Godzilla
che prende corre in giro e mangia i soldi
a tutti quanti ed è la cosa più spaventosa di tutti i tempi.
Possiamo passare la polvere antipulci sopra l’inno
nazionale e passarla sui titoli di coda
finché chi canta ce la fa a cantare
I’m afraid of everyone but you, quasi in maniera
convincente. Un team di produzione nel quale
ci si sbottonano a vicenda i pantaloni
è Come Ci Spogliamo Ora ma domani
mattina tutte le parti di noi tagliate torneranno
dunque preparatevi. L’Europa: giuri che esiste
dal momento che una volta ci hai fatto sesso, e ti sei fatto delle idee.
Le preposizioni: ecco il posto in cui veniamo tutti
risucchiati. Le preposizioni: ecco la faglia
di Sant’Andrea del significato. Le preposizioni:
ciò che è stato rimosso quando i nostri genitori
hanno assunto degli agenti per rapirci dalle sette
e per deprogrammarci nel retro dei furgoni.
Warhol parlava del culo, giusto,
che come siamo arrivati a capire
è il contenitore delle storie. Quanto a questo.
Abbiamo messo tutto dentro
un traduttore automatico perché
volevamo vedere il mondo.

Fabbrica

Lui sa dire che quello era un dipinto
Sa dire che eravamo noi il dipinto
o che il dipinto non era un dipinto
e che noi siamo soltanto una cosa che ci accade

Noi sappiamo dire che le cose le mandiamo
avanti escogitando distrazioni
dall’orrenda verità di come
le cose vanno avanti

Che eravamo distrutti
Che indugiavamo nei pressi di una fabbrica distrutta
Che avevamo distrutto

Sappiamo dire che la delusione
di affettare un porro e poi
non ottenere le fette volute
ma un bianco spesso torsolo immangiabile
non è la delusione
di avvicinare un animale addormentato
solo per accorgersi che è morto
ed essa tuttavia ci spinge eccome
un po’ più in là nella disperazione

Abbiamo detto disperazione
Intendevamo le corde di strumenti
impossibili che si facevano
dentro la fabbrica
che avevamo visto
che erano distrutti
che c’erano dipinti differenti
che si potevano suonare come canzoni

Avevamo visto altre cose
che avevamo visto
che s’erano allentate
e oscillavano tra ponti adiacenti
il cui fiume introduceva a una città
che era distrutta
che eravamo stati
che eravamo distrutti

Quella era la nostra città
Questa era la nostra città
che era una canzone che andava risuonando se stessa dentro il buio.

Il desiderio ama il disastro

Avrei dovuto parlare chiaro / rendere note
le conseguenze della mancata accettazione di un’offerta
anche se non offrivo niente
e conseguenze non ce n’erano mai

domanda a trabocchetto / domanda meno
trabocchetto meno / meno meno

guardate come tutti si dirigono alla riva
per accogliere la nave inosservata
che ha divorato metà dell’orizzonte
ma invece trovano il ritratto
della luna abbozzato sull’acqua

Dico questo / come se voi non foste ognuno
come se la luna avesse solamente un pezzo
di gesso
e niente di meglio da ritrarre
che se stessa rigonfia e scolorita

allineati sulla spiaggia stanno teschi illuminati
ciascun occhio un faro / che lampeggia sui detriti alla deriva
ma non ci salveranno

il mio paese corre verso l’orlo
e si butta

quando ho detto spiaggia intendevo precipizio

Appena ieri

Prima della preghiera nelle scuole avevamo le Crociate
e il pentolone lo ripulivamo una volta l’anno.
Virtualmente, tutto quanto mangiavamo induceva la narcosi,
condizione che spesso confondevamo con dio.
Certi raccontavano di un fiume che scorreva oltre le mura cittadine
e di come si spostasse allo scopo di evitare il loro tocco,
un serpente gigante che sempre contorcendosi scappava. Se non era
il diavolo era opera del diavolo, come tutte le altre cose che volevamo.
Finché non morivamo giovani il rimorso ci teneva insieme
e molti fra di noi non si rendevano mai conto che eravamo dei mammiferi—
avevamo in gran sospetto gli uccelli ma i ratti, be’, i ratti
li trovavamo incantevoli, con quei loro occhi ricolmi
di comprensione, quel bisogno di calore uguale al nostro. Inoltre
volevamo che l’amore bastasse. Le mosche raccolte sulle piaghe
dei morenti: angeli tutte quante: nessuno potrebbe essere troppo attento.
Sembrava che un flusso di continuo mi sciacquasse le idee via dalla lingua
dunque non dicevo niente o parlavo più forte, sempre intento ad affogare.
Non avrei potuto cambiare niente.
D’accordo c’era l’alchimista
e gli volevo bene ma salvarlo non potevo.
Ho sognato l’elettricità una volta. Era forse quello il fiume,
il fiume che alterava il proprio corso come una cosa ferita?
Alberi non ne avevamo, soltanto ramoscelli.
Ingranaggi smisurati giravano nel cielo.

Translation by Andrea Sirotti

About the Author
Mark Bibbins

Mark Bibbins

Mark Bibbins is the author of four books of poems: Sky Lounge, which received a 2004 Lambda Literary Award; The Dance of No Hard Feelings; They Don't Kill You Because They're Hungry, They Kill You Because They're Full, named one of the best poetry books of 2014 by Publishers Weekly magazine; and 13th Balloon, forthcoming from Copper Canyon Press in 2020. He teaches in the graduate writing programs of The New School, where he co-founded LIT magazine, and Columbia University, as well as NYU’s Writers in Florence Program. A recipient of a New York Foundation for the Arts fellowship, Bibbins edited the poetry section of The Awl from 2009 to 2018. His poems have appeared in such venues as The New Yorker, Poetry, The Paris Review, and four editions of The Best American Poetry. He lives in New York City.