O Esperanza! | En Route | La luce da oltre i campi | Eterno ritorno | Pittrice d’azione | Mattina comica | Epistemologia

Creativity

Catherine Barnett

Photo credit: Alessandra Capodacqua

O Esperanza!

Si dà il caso che la mia clown interiore sia piena di speranza.
Vuole un martelletto.
Vuole stampigliare il suo nome su un martelletto di legno:
Il Martelletto di Esperanza.
Le clown, da brave cliché, non temono i cliché.
La mia quando è stanca dorme.
Ma ha incrollabili speranze.
È un caso patologico, qualcosa di congenito, forse.
Magari trasmesso sessualmente,
qualcosa che ha a che fare con l’ossitocina, o le contrazioni o la stimolazione dei capezzoli,
forse è vero, basta un niente per arrivare lontano.
Speranza è anche il nome di un fornaio nel Queens.
E c’è un lago in Ohio chiamato Speranza, dove si mangiano i nachos.
Ne sono così piena che i comici al Cellar non mi chiamano mai,
anche quando sto in prima fila con un’espressione scema di speranza sul viso.
Guarda questi libri: speranza.
Guarda questo viso: speranza.
Da giovane ho studiato con Richard Rorty, che fortuna!
Fissavo fuori dalla finestra e non capivo una parola di quel che diceva,
tirava un lungo frego orizzontale dopo i C che mi dava,
il corso si chiamava metafisica ed epistemologia,
dodici sillabe in tutto, come a dire
speranza speranza speranza speranza.
Poco prima di morire, Rorty ha detto che il suo senso del sacro era legato alla speranza
che un giorno o l’altro i nostri remoti discendenti vivranno in una civiltà globale
in cui l’amore è pressappoco l’unica legge.


En Route

Da sola a Siena, mi son comprata una boccetta di elisir,
Elisir di Santa Caterina.
La basilica chiudeva, ma le luci
brillavano ancora nella cappella laterale,
la cappella di marmo dove la testa di Caterina

è mummificata, sistemata in uno scrigno dentellato,
dietro una grata, sotto chiave e lucchetto
lontana dal corpo ancora sepolto a Roma.
Per qualche minuto son rimasta là,
cercando di capire. Era arte o realtà?

Il tizio accanto a me si passava le dita
fra i capelli. Respirava.
Composto volatile organico mal illuminato
accanto al reliquiario dorato.

Sembrava il momento giusto per le decisioni.
Pazienza, urgenza, perdono, accettazione.
Gli elisir andrebbero tenuti negli orologi.
Fatti di bergamotto ed effluvi,

questo si spande furtivo nell’alba
e brucia quando lo mando giù come alcool.


La luce da oltre i campi

Passata la lavanderia a gettoni e la chiesa vuota,
lungo Cedar Lane fin dove la strada sparisce,
ho guidato dentro al bosco ed eccolo là,
brillante come la mente umana.

Sotto c’era una vecchia auto che avevo vista parcheggiata
alla Libreria dell’Uomo Tranquillo.
Quindi era sua, quella luce.
Stai traslocando? Mi aveva chiesto una volta

che ero andata al suo negozio con libri da dare via.
Me lo chiedono in tanti,
non so perché.
Stai traslocando? Mi ha detto la cassiera da Marshall

quando spingevo il carrello alla cassa
con quattro cuscini nuovi
e quel che sembrava un uomo gettato dentro.
La mente, sì, trasloca sempre.

Stanotte tutto quanto nel mondo
sembra dormire tranne quella luce,
quella luce e questa coperta scivolata sul pavimento
come se anche lei volesse scappar via da qualche parte.


Eterno ritorno

Non ero più registrata sotto il suo nome, Immortalità,
ma rifarei tutto, ce ne fosse data la possibilità.
Il tempo è un mostro, mi sussurrava nei capelli
prima di implorare un’altra ora.
E ancora un’altra ora e poi un’altra.
Come se potessimo tenere le ore per noi, da spendere senza posa.
Dovette dire il suo nome lettera per lettera alla donna di sotto.
Io sono mortalità, lo sento ancora dire
tra un bacio e l’altro me lo ricordo fino a oggi.


Pittrice d’azione

Da mia madre ho ereditato gli occhi scuri
e la voglia di passare ore a fare cose
che non importano a nessuno.
Dipinge tela dopo tela e di tutte quelle tele
non sa cosa farsene.
Ne volete una?
Venite al suo studio,
le dà via proprio adesso, mentre scrivo,
mentre la guardo e scrivo e rivedo bozze su bozze
mentre a cinque metri da me fa cadere la vernice sul pavimento.
Secondo qualcuno le gocce ricordano il sangue, o le lacrime.
C’è forza vitale in tutto quello che fa.
Ha più coraggio di me: dipingere
non è come scrivere, non puoi tornare alle versioni precedenti,
ai tuoi io precedenti. Il fallimento è di moda adesso, ha detto uno dei nipoti
alla cena per l’anniversario dei miei genitori. Sessantun’anni.
L’anno scorso mia madre ha fatto male i conti e ci ha fatto ridere
mentre si guardava intorno a tavola brindando alla vasta progenie –
siamo così tanti che non sa cosa fare con tutti noi,
due si sono già perduti – e poi ha brindato a mio padre
e ai loro novant’anni insieme.
Chi li conta più?
Il tempo passa mentre mia madre sta davanti al quadro
come se fosse uno specchio e dipinge di viola il viso della donna,
le inclina la testa, le sfuma i contorni.
Dipinge con tutto quello che ha a portata di mano.
Bacchette. Dita. Gomito.
Se avesse una pistola userebbe quella.
Mio padre le ha costruito gli scaffali dove conserva i dipinti
ma negli scaffali non c’è più posto.
Fate in fretta, venite qui presto, prima che se ne vada.
Ieri sera se n’è andata a casa prima di me,
Son rimasta sola nel suo studio, che è come un grembo.
Tutto pulsa.
Ho spento le luci all’interruttore generale, come mi ha insegnato.
Spegnendosi fanno una specie di bang,
un tremito nelle pareti.
Stasera possiamo lasciare mia madre a lavorare qui,
dice che non ha ancora finito.
Prendete un quadro, mentre ve ne andate
– domani ce ne sarà un altro.
Leggete questa bozza, domani ce ne sarà un’altra.
Baciatele il viso. Domani ce ne sarà un altro.


Mattina comica

La cosa buffa di questo posto
siamo noi avventori che ci veniamo coi nostri diversi
corredi, il mio, ultimamente, quel piccolo spazio
vuoto che chiamo miele, in giorni
che riesco a malapena a portare in fondo rido così forte,
vedi? Nel retro una donna spreme arance,
qualcuno pressa il pane bianco fresco
in ostie per la comunione o bomboniere.
In vetrina i polli girano beati,
senza nulla da obiettare –
A volte faccio il filo al cassiere, improvvisando,
nel modo in cui gli uccelli si posano in gran fretta sul lampione,
che rimane caldo anche nelle notti fredde.
Guillaume dice che l’umorismo è tristezza
ed è terribilmente carino.
Cosa ci mettono in questo caffé? Uomini?
Non c’è da stupirsi se vado su di giri. Ricordi
quando non abbiamo fatto sesso sulla ruota panoramica,
oh, è stato un peccato,
lassù, lassù sopra le Tuileries!


Epistemologia

In genere mi piacerebbe sentire un po’ di meno, e sapere un po’ di più.
I nodi sono in cima alla lista di quel che voglio sapere.
Chi è stato a insegnarmi a bruciare i capi della corda
per evitare che si sfilaccino?
Non certo l’uomo che ha chiamato la mia vita un tracollo,
una parola di cui amo il suono.
In un tracollo le cose vengono liberate.
Le radici di parole sono come nodi penso quando leggo il dizionario.
Leggo altri libri, di certo. Di recente ho imparato come comunicano gli alberi,
come mandano zucchero dalle radici agli alberi sofferenti.
Non usano parole, ma si può dire che amano.
Potrebbero piegarsi da una parte per lasciare un po’ di luce a un altro albero.
E ammiro il modo in cui crescono dalle siepi, nulla
li ferma, si chiama inosculazione: unirsi tramite aperture, collegarsi
o congiungersi per diventare o creare continuità, da osculare,
fornire di bocca, da osculum, piccola bocca.
A volte quando sono sola vado fuori con la mia grande boccuccia
e parlo agli alberi come fossi betulla tra le betulle.

Traduzioni di Andrea Sirotti

About the Author
Catherine Barnett

Catherine Barnett

Catherine Barnett è l’autrice di tre raccolte poetiche: Human Hours(in uscita per Graywolf Press in fall 2018), The Game of Boxes (Graywolf, 2012), and Into Perfect Spheres Such Holes Are Pierced (Alice James Books, 2004). Ha ricevuto il Whiting Award, una Guggenheim Fellowship, e il premio James Laughlin dall’ Academy of American Poets. Sue poesie sono uscite nel The New Yorker, The American Poetry Review, Barrow Street, The Iowa Review, The Kenyon Review, and The Washington Post. Barnett insegna a New York University e come editor indipendente.