Il corpo per cui scrivo | Cavalli, ancora | Chiedo scusa alle parti del corpo | Caffè | Ora prego

Creativity

Kathy Engel

Photo credit: Alessandra Capodacqua

Il corpo per cui scrivo

è singolare & plurale, vuole guardare una balena per ore

senza ragione, lucida misteriosa neroblu s’alza

e ricade, ascolta il suo corno eterno e solitario

ammaliante archivio d’oceano.

la liscia pelle bronzea di lagerstroemia

mezza morta dopo il primo vento, adesso sboccia,

lanterne coniche di rosa increspato o petali bianchi

che pendono da corna di corteccia, radicate nei pressi

starace, corniolo e mimosa a volontà

un paese di micelio.

il corpo è figlia e madre, amante e amante,

onda e particella, binario e treno che sfreccia vola attorno alla curva col suo occhio di morte,

lungo gemito e grammatica della perdita. parla all’anna di tolstoi:

                             non buttarti grida dentro la storia: ama te stessa più del dominato

                                 desiderio per un uomo, sii fiera di aver spezzato la schiena al cavallo sotto di lui.

il corpo bambino viaggiò in treno. a babilonia le ruote scrissero. lei cavalcò la metafora dell’assenza.

                 cara cheryl, grazie per avermi chiesto di scrivere chi sia il corpo per cui scrivo.

                                             è zuihitsu questo? cerco di adattarmi

                                                  dentro il nome di qualcosa

sto imparando a scrivere per i corpi decimati offerti più e più volte da coinquilini felini.

coscia di ratto, zampa di coniglio, topolino trafitto, sapendo che è la lealtà che porta queste parti del corpo.

ancora combatto la schifiltosità e le limitazioni di una mente gentrificata, biforcuta.

cos’è il corpo, quello che scrive o quello per cui o a cui si scrive e, comunque, ha importanza?

il corpo è indebitato a generazioni di corpi i cui nomi non ho imparato, abbracciando una

moltitudine di lingue e luoghi,

spesso timoroso di lasciare la casa.

il corpo scrivente sa che deve scrivere il corpo in modo più onesto. il bianco in cui vive non è un colore vero ma il suo peso è innegabile e se non interrotto continuerà a uccidere.

l’imprecisione dei movimenti della luce.

l’imprecisione della bilancia.

l’imprecisione di un corpo

conoscere un altro corpo.

l’imprecisione dell’amore.

in definitiva il corpo è           se stesso

che anela redenzione.


Cavalli, ancora

Una gelida mezzanotte d’aprile quando avevo dieci anni

il contadino della mia vita mi ha svegliato in vestaglina

di flanella e piedi assonnati, per andare a passo felpato lungo

il sentiero fangoso, la cavalla bianca ansimante sulla paglia

gialla. È la storia che racconto sempre;

ne abbiamo tutti una. Chi è stata partorita

quella notte è diventata la mia zoccoluta compagna,

ha calmato il mio cuore ferrovia lacerato fra

località e genitori – ragazza ebrea con

la treccia e una cavalla araba dalla coda alta

e guizzante non erano fatti per stare insieme o saltare

le siepi così siamo scivolati nella nostra grammatica

animale finché sono partita per crescere – sussurro

equino non abbastanza forte per provare il mio valore.

Oggi rifiuto i finimenti, il morso d’acciaio – il cancello si apre


Chiedo scusa alle parti del corpo

Mi dispiace care cosce per avervi dato problemi,

lo so che fate solo il vostro lavoro, non

tenendo conto della taglia. Perché dovrei trascinarvi in basso

quando voi, due stabili carrelli, mi trasportate?

Stomaco, oh cuore tenero in mezzo

al tronco, ti ho fatto grande torto –

scure macinature di caffè a tutte le ore, l’ansia

che rigira e contorce nel punto in cui dovrebbe prosperare il respiro.

Polsi, forti barche alberate, vi flettete, sorreggete,

ancorate queste mani come bobine. Ho ignorato

il vostro aggetto, la vostra fattura, fulcro del

lavoro, stazione per il braccio, con ornamenti inadeguati?

Sbuffi intorno alla bocca, vi ho fatto un torto,

sopravvissuti a generazioni di sorrisi, vi siete

stirate con l’infelicità, uscendo da rughe tremule –

perdonate, vi prego, la mia vanità, volendo non vedervi più.

Lingua, ho cercato di nasconderti, ti ho creduta

orrenda, senza capire che quei minuscoli follicoli

sono armatura, tentacoli che avvertono il pericolo, la tua

peluria. Adesso, fieramente leonina, ti porto nel mondo.

Polmoni, ho imparato che albergate dolore;

Mi scuso per quello che ho causato o non ho

causato, un carico pesante in questi ultimi anni –

ora offro la tenerezza dell’aria.

Cara fronte, spelata, lucidata e

compressa, quando tutto ciò che hai sempre voluto

era una curva, una trasmissione, una visione aperta.

Oggi prometto la grazia della grinza.

Braccia, mie ali, mie amiche, mie compagne

di viaggio, penso che ci capiamo —

portate secchi d’acqua, volantini e

figlie, mia culla, mie ambasciatrici.

Ok, cuore, per te sprofonderò nel cliché –

mi dispiace correre quando dovrei ascoltare,

mi dispiace per le amnesie e per ignorare i consulti;

grazie per aver sopravvissuto ai tuoi nemici.

Per le grinze e per gli innocui puntini rossi

che crescono come volontari nel mio campo, per il non

ammirato, il nascosto, le pieghe che la mia modestia

sceglie di proteggere, cercherò di amarti.


Caffè

Olio scuro strofinato

a mano: condivido la mia

dipendenza con

gli amati

defunti. Il mio chicco

di caffè m’incontra

in un favorito

ampio recipiente –

annunciando dove

sono stata o dove spero

di andare: Buffalo,

Bolivia, Kenya.

Quando mio padre mi ha versato

la prima tazza avevo

otto anni, nello sguardo

un luccichio di sfida

per Mrs. Renkins, la maestra

che sosteneva

che mi avrebbe

ostacolato la crescita.

Ha vergato una

poesia sulla caffeina

nei suoi ultimi anni, mi ha spedito

una copia della

Cantata al caffè

di Bach.

Balzac ne è

morto: un diluvio

di sanguigno inchiostro mogano

irrompe – dalla vena alla

pagina. Sogno

un’Antologia del Caffè

non filtrata, muschiata.

Mahmoud Darwish

ha misurato i suoi

con esattezza ogni mattina

a Beirut, nel 1982,

con le bombe che esplodevano,

amata fumante tazza

di densa nerezza.

Nella cucina di Grace

sull’undicesima strada donne

dai capelli lunghi pianificavano

sit-in, pace, e PTA,

matite e giornali

si accumulavano, una desueta

pausa caffè a New York.

D dell’isola di

Grenada va a tostare il suo

nella città vicina. B

di Shinnecock Nation

chiama il suo intruglio fumante

Caffè nativo.

Mio padre trangugiava il suo

dopo il pane tostato con la marmellata,

e nei weekend,

i pancake, noci che

pestava nel mortaio

e farina di mais.

Niente caffettiera elettrica per lui.

Macinava un chicco bello tosto,

bolliva l’acqua in un bollitore,

di buon’ora – vecchio

accappatoio e pantofole,

lunghe chiacchiere a tavola.

Dov’è andato mio padre che

[amava il caffè?

Mia nonna, Henrietta,

 

 

 

 

 

 

assaporava il suo per ore,

tazza di porcellana e piattino,

mani grandi che setacciano

e stendono il suo

famoso plum cake

burroso – da Henry

Street alla sessantatreesima, granuli

della sua voce

trapiantata, come zucchero, o

lo Yiddish. Come il lutto.

I fondi e la cenere di caffè

fanno crescere il cavolo nero.

La mattina, prima di spargere il compost,

Jon porta la prima tazza

a me, di buon’ora, nel letto.


Ora prego

Volto cinereo, berrettino di lana che sobbalza,

gli occhi di un bambino che dardeggiano verso di me,

poi si alzano verso l’uomo che trascina un trolley

tenendo il bimbo per mano,

poi ancora verso di me. Le sue gambe si muovono

come in assenza di gravità. L’uomo chiede:

conosce una chiesa in questa strada

che serve cibo gratis? Vorrei dire

che la conosco. Che i nomi delle chiese

in un viale chiamato delle Americhe

mi sfuggono. E vorrei dire a voi

che è temporanea, la loro condizione:

valigia, occhi dardeggianti, in cerca di un pasto

gratis alle 9 di sera in una grande città in una notte di scuola.

Vorrei dirvi che non mi domando, per un momento

se quell’uomo è davvero il padre del bimbo

o piuttosto lo zio o il legittimo tutore –

qualcosa nel modo in cui lo tiene per mano

e lo guarda, avendo visto troppi

episodi di Law and Order. Vorrei

dirvi che li porto in un ristorante

e gli offro un pasto caldo o mi svuoto il portafoglio

senza pereoccuparmi di quanto

possa essere offensivo perché

in fin dei conti la fame è la fame.

Vorrei dirvi che chiamo qualcuno

che li ama – che c’è in effetti qualcuno –

dicendogli: i suoi ragazzi si sono persi, può

venire a prenderli? Vorrei dirvi che mi siedo

sul marciapiede all’angolo

della Waverly e prego – che tutte

le scarpe dei passanti anonimi

che segnano il marciapiede, si uniscano

in un coro di preghiere che ronzano

come cicale nel Delta. Vorrei

dirvi che il bambino e l’uomo mangiano

circondati dal calore di corpi.

Vorrei trasformare la notte fredda in un banchetto.

Vi dico che sto pregando.

Traduzioni di Andrea Sirotti

About the Author
Kathy Engel

Kathy Engel

Kathy Engel è una poetessa che da quasi quaranta anni lavora sul legame tra giustizia sociale e arte. Ha contribuito alla nascita di numerosa organizzazioni e progetti come MADRE (international women’s human rights group che ha diretto per cinque anni, Riptide Communications, The Hayground School, Poets for Ayiti. Fra i suo libri ricordiamo Ruth’s Skirts, poesie e prose, IKON, 2007, e We Begin Here: Poems for Palestine and Lebanon, con Kamal Boullata. Più recentemente suoi testi sono apparsi su Poetry, Poet Lore, Women’s Voice for Change, e l’antologia di “eco-giustizia” Ghost Fishing, 2018. Engel è Associate Arts Professor and Chair of the Department of Art & Public Policy, Tisch School of the Arts, NYU.