As You Were Sleeping

Creativity

Julio Monterio Martins

After having watched you a while, my love, sleeping so deeply, cuddled up under the quilt (a queen in your robes of sleep gained, subdued), I feel myself wanting to write to you about my night. To write in my imagination, choosing words to forget them later, so as not to pollute you with the description of a difficulty.

I choose as my stage a room both shady and damp. The walls moss-covered. A sodden mattress on a dilapidated wooden bed. And there, me, in sleep which at times filters, at times, pulses.

A smooth slumbering where unknown persons appear who majestically and perversely glide past, using this body as their promenade; this body which finding no restful position, moves continuously, harpooned by humidity.

This tingling under the skin of my forehead is there to remind me that sleep cannot be a loose metaphor for death, in that sleep is largely circulation and breathing. Of all the myths that dwell in death’s dominion, my repose is nearest to the allegory of purgatory, both for its length, and its expectations. Purgatory is the realm of those who have lived their day.

The sleep of fever is sweet and gentle. It serves the body that hosts it, even if the fever frets. It is therefore, very different from the sleep of anguish, the sorrowing sleeper seeking it to evade clarity. In the flight from thought and his teeth, that misplaced sleep plummets into the common sludge of the living.

Sleep (although you do not yet know it) is a striking, a starting and a stunning. A shivering of the soul which possesses the exhausted flesh and consumes it. But for you, beloved, sleep is still zephyr-like, foaming. And so I protect you within my gaze, with no desire and with no envy. I am the guardian angel who has incandescence where once was a halo. Who has scar tissue where wings once were. And so better armed to guard you while you sleep.

Constant suffering can lend a certain magnetism, purifying the air surrounding a loved one. Our guardian angels are perhaps none other than exhausted or passion-sick demons, who despite themselves convert pain into grace.

Lucca, December 26th, 1996

Translation: David Surdivall with the author

 

MENTRE DORMIVI

Dopo averti guardato per un po’, amore mio, mentre dormivi così profondamente, rannicchiata sotto il piumone (regina nel tuo manto fatto di un sonno acquisito, soggiogato), ho voluto scriverti qualcosa sul mio sonno. Scriverti mentalmente, scegliendo le parole per poi dimenticarle, in modo da non inquinarti con la cronaca di una difficoltà.

Scelgo come scenario una stanza umida e ombrosa. Le pareti coperte di muschio. Il materasso fradicio sopra un letto di legno sgangherato. E lì dentro il sonno, che a volte gocciola, a volte pulsa.

Un sonno senza intrecci, dove compaiono personaggi sconosciuti, che sfilano con sussiego e morbosità, ed utilizzano come marciapiede questo corpo che non trova mai la posizione giusta e si sposta di continuo, arpionato dall’umidità.

Il formicolio sotto la pelle della fronte è lì per ricordarmi che il sonno non può essere una metafora approssimativa della morte, perché esso è soprattutto circolazione e respiro. Tra tutti i miti che abitano il regno della morte, il mio sonno somiglia molto all’allegoria del purgatorio, sia per la durata che per le aspettative. Il purgatorio è dove deve stare chi ha vissuto il giorno.

Il sonno della febbre è dolce e pacato. È un sonno al servizio del corpo che l’ospita, anche se intimorisce. È, dunque molto diverso dal sonno dell’angoscia, che cerchiamo per allontanarci dalla chiarezza. Nella fuga del pensiero e delle sue zanne, quel sonno smarrito precipita nella fanghiglia comune dei vivi.

Il sonno (tu non lo sai ancora) è urto, sussulto, turbamento. Un tremore dell’anima che possiede la carne esausta e la rovina. Ma per te, mia amata, il sonno è sempre brezza, schiuma. Per questo ti proteggo col mio sguardo, senza desideri, senza invidia. Sono l’angelo custode che al posto dell’alone ha un’incandescenza. Che al posto delle ali ha il tessuto fibroso delle cicatrici. Così sono più adatto a vegliare su di te.

C’è un magnetismo nella sofferenza persistente che pulisce l’aria attorno alle persone amate. Forse gli angeli custodi sono solo demoni esausti o innamorati, che a dispetto di loro stessi convertono il dolore in grazia.