When the Fields Were Running

Creativity

Serena Baldini

It was the end of November. We were very young. Just the three of us. The countryside was there, lying quiet ahead under a subtle fog that allowed us to catch a glimpse of an apparently indistinct landscape of fields and small vaporous hills.

We stepped at once into the tall grass, curious and eager to possess that unusual place. Then we stood immobile, our shoes immersed in the cold grass, soaked with dew. In certain spots, on the ground, the rotten leaves were forming a dark, humid and slippery carpet.

All around the vines with porous leaves tinged with a bluish patina, the granulous manes of elegant cypresses and trees that showed a tangle of nubby branches rising to the sky watched us. A pale sky, milk like.

The men and women working in the fields looked like branchings of the plants.

A pungent smell of burning dry wood was spreading in the air dense with humidity. Softened, muffled voices reached us from the now distant houses.

Further down, the brown ground was cut by small vine lines and by the paths traced by the peasants’ routine. The naked trees, intertwined in geometries of indistinct shapes, alternated with the contorted profiles of olive trees with glowing leaves.

The descending fields seemed to run out of our glance to throw themselves into the darkness of the wood, for us the certain residence of unknown presences and promise of wonderful games. It was then that we suddenly started running, inebriated by a sensation of freedom and joy never experienced before. Running ceaselessly across the vineyards, panting between steep ditches till the limit of the wood, where a quick path was rapidly descending into the dense bushes. And there we stopped, tired of running.

We were able to perceive only the dew-stifled sighs of grass and our panting. Eyes scanning an unknown realm, we could sense the discreet and reassuring presence of the vines in the wind. In the pungent air we grasped the unsettling waving of cypresses, together with thrills rising in our bodies.

The rest of the world had disappeared. From the large stone house, the anxious calls of the adults reached us. The charm was over.

In the distance, beyond the forest, other hills and mountains of an indefinite color greeted us.

 

The original Italian version of this prose was published under the title Campi che fuggivano in the yearbook of the Centro di Ascolto e Orientamento Psicoanalitico in Pistoia (2007-2008).

Translation: Gabriela Dragnea Horvath with D.S. Butterworth

 

CAMPI CHE FUGGIVANO
Era la fine di novembre. Eravamo piccoli. Ed eravamo soltanto  noi tre. La campagna stava lì, quieta davanti a noi, distesa sotto una nebbia sottile che lasciava intravedere un paesaggio, all’apparenza inconsistente, di campi e di piccole colline vaporose.

Ci inoltrammo subito nell’erba appena alta, curiosi e avidi di possedere quel luogo inconsueto.

Poi restammo immobili, immersi con le scarpe nei fili d’erba fredda, intrisa di rugiada. In alcuni punti, sul terreno, le foglie degli alberi marcite formavano un tappeto scuro, umido e scivoloso.

Intorno, ci guardavano viti con le foglie porose screziate da una patina azzurrognola, le chiome granulose di eleganti cipressi, e alberi che mostravano un intrico di rami nodosi alzati verso il cielo. Un cielo pallido e consistente come latte.

Gli uomini e le donne al lavoro nei campi ci apparivano appendici ramificate delle piante.

Un profumo acre di legna secca bruciata si diffondeva nell’aria resa pesante dall’umidità. Voci giungevano attutite e come ovattate da casolari ormai lontani.

Più in basso, il terreno bruno era solcato da piccoli filari di viti e dai sentieri tracciati dall’abitudine dei contadini. Gli alberi spogli, intrecciati in nere geometrie di forme indistinte, si alternavano ai profili contorti degli ulivi dalle foglie lucenti.

Le distese dei campi degradanti sembravano fuggire alla nostra vista per gettarsi nella macchia scura del bosco, dimora sicura di presenze sconosciute e promessa di giochi meravigliosi.  Fu allora che, a un tratto, iniziammo a correre, ebbri di una sensazione di libertà e di gioia mai provata. A correre senza sosta, attraverso le vigne, a perdifiato tra fossati scoscesi, fino al limite del bosco, dove un sentiero scendeva rapido, inoltrandosi tra stretti arbusti. Lì ci fermammo, stanchi della corsa.

Riuscivamo soltanto a percepire i sospiri dell’erba soffocati dalla rugiada e il nostro affannoso ansimare.

Con gli occhi tesi a sondare un universo sconosciuto, scorgevamo nel vento la presenza discreta e rassicurante delle viti e avvertivamo nell’aria pungente l’ondeggiare inquietante dei cipressi, insieme ai brividi di freddo che salivano lungo il corpo.

Il resto del mondo sembrava scomparso. Dalla grande casa di pietra giunsero, allora, le grida ansiose degli adulti che ci cercavano. L’incanto era finito.

Lontano, al di là del bosco, altre colline e montagne di un colore indefinibile sembravano salutarci.